lunedì 13 maggio 2013

7. La psicoterapia dei Tarocchi



Quando avevo 9 anni, mi accorsi che in un mobile del salotto mia madre teneva una raccolta di volumi intitolati “Professione Donna” e numerati dall’1 al 21. Guarda caso come le lettere dell’alfabeto. Ciascuno riguardava un settore della “professione” di moglie perfetta: cucina, ricamo, giardinaggio, ecc. Il ventesimo, che per titolo aveva “Tempo libero” mi attrasse subito e iniziai e leggerlo. Conteneva una serie d’informazioni ed esercizi per passatempi paranormali delle casalinghe disperate come la lettura della mano, dei fondi di caffè, dei pianeti. Un capitolo parlava dei Tarocchi. Ignorando allora lo scopo di quel volume — qualche donna, alla fine della sua formazione di casalinga, moglie e mamma avrebbe cercato di usare quelle conoscenze per far sparire il marito, o lanciare il malocchio a qualche sospetta amante — cominciai a studiare questi argomenti con un certo interesse. I primi non m’interessarono più di tanto. Ma i Tarocchi mi affascinarono da subito. Queste carte magiche, con dei disegni misteriosi, bellissimi, che solo a guardarli sembravano sussurrare cose mai sentite prima, segreti lontanissimi. E i loro nomi incredibili: il Mondo, il Bagatto, il Carro, l’Imperatore, le Stelle, la Temperanza, gli Amanti, la Torre, la Papessa…
Ognuno era un quadro. E già a quell’epoca capii che su ciascuno dei 22 arcani maggiori ci si potrebbe soffermare a riflettere o a meditare una vita intera.
A quel tempo ignoravo che i tarocchi, come alcuni giochi che fanno i bambini, fossero i “luoghi” nascosti in cui i cabalisti avevano celato i loro saperi iniziatici in vista di tempi oscuri di repressione e persecuzione della conoscenza. Avevo però capito chiaramente che sono infinite cose, fuorché un gioco di carte.
Chiesi a mia madre di comprarmene un mazzo. Scese in tabaccheria e mi regalò i tarocchi che tuttora uso per le mie consultazioni e i miei studi, sebbene con gli anni ne abbia collezionati diversi tipi.
Il mio approccio fu, come sempre nella mia vita, di tipi scientifico, sperimentale. Non sapevo nulla di Qabbālâ. Né potevo immaginare che un giorno quelle carte sarebbero diventate, nelle mie mani, un potente ed efficace strumento d’indagine psicologica. Volevo solo sperimentare e capire. Come e perché esse riuscivano a rispondere alle domande di una persona? Usai come cavie le ragazze che lavoravano in ufficio con mamma, le quali devo dire si prestarono volentieri. Una delle due, in particolare, rimase talmente colpita da ciò che attraverso le carte avevo descritto della sua vita sentimentale, che per diversi anni mi chiese di rifargliele. Fino al punto in cui aveva chiuso ogni rapporto con il suo ragazzo ed era convinta fosse finita. Le carte dissero il contrario. E in effetti, qualche anno dopo, i due si sono sposati.
Più li facevo, e più i Tarocchi diventavano precisi, affilati, ironici. Erano poeti, parlavano per metafore. Avevo smesso di chiedermi per quale legge fisica il loro magnetismo si modellava sul vissuto dei consultanti. Era troppo affascinante abbandonarmi al loro mistero, tirare a indovinare e centrare sempre la verità. Perché l’immaginazione che essi alimentavano era un atto creativo reale, un esercizio del potenziale più ampio che ha ogni essere umano, e concerne il pensiero come creazione e influenza sulla realtà. Dunque, in qualche modo, una possibile forma di potere. Questo aspetto iniziò a turbarmi.
Quando mi trasferii a Roma, continuai a studiarli e a farli. Perlopiù ai vicini di casa, agli amici e al pilota che viveva in casa con me e, tra un viaggio e l’altro, mi chiedeva consigli sul suo lavoro. Poi smisi per lungo tempo. Accadde un giorno in cui un poliziotto, per sfottermi, venne da me e disse «forza, avanti, io nelle carte non ci credo, sono tutte cazzate, ma se è vero che sei così bravo, dimmi un po’ con chi mi fa le corna mia moglie».
Oggi non gli risponderei, ma a vent’anni si è più immediati. Le carte non ebbero dubbi. «Tua moglie ti tradisce con un uomo biondo che porta una divisa». Il poliziotto divenne pallido e perse la parola. Aveva il sospetto che la moglie si divertisse con qualcuno, ma non avrebbe mai pensato a quello che le carte gli indicavano e che, in effetti, era stato bravo a fargliela di nascosto. Era tutto vero.
Non le feci più per quasi un decennio. Salvo pochissimi casi. Eppure, negli anni, molte persone mi chiedevano fin quasi alla persecuzione di rifargliele. Perché tutto si era realizzato. Ma io intanto studiavo e proseguivo il mio cammino. E la strada che avevo intrapreso si allontanava da quella del potere e della divinazione.
Un giorno mi accorsi però che quello che avevo imparato, in diversi altri rami del sapere, poteva in un certo modo confluire nei Tarocchi solo ed esclusivamente nella forma di uno strumento di psicoterapia. E dato che disperati, nevrotici e abbandonati di tutti i gradi e latitudini mi chiedevano aiuto, era l’occasione giusta per sistemare qualche situazione urgente.
Giunsi persino a mettere un manifestino nella sala d’attesa del mio veterinario — mio cliente d’eccellenza, in cambio di cure per i miei animali — ma quando lui lo lesse, mi chiamò dicendo che ciò che avevo scritto sui Tarocchi “porte simboliche” ecc. non si capiva. Risposi che era fatto apposta. Solo chi capiva il senso delle mie parole, mi avrebbe chiamato con il giusto spirito. E in effetti feci qualche memorabile lettura. Però un giorno mi chiamò una voce femminile, ferrea e severa: «Senta? È lei er cartomante?». Non ebbi il coraggio di dire «sì». Spiegai «no, non sono un cartomante, ma uso le carte per…» e le spiegai. Non fu convinta, era una di quelle che volevano sapere in che ristorante va il marito con l’amante. Mi congedò con ostile diplomazia: «ci faremo risentire».
Ultimamente ho deciso di superare le mie paure e di accettare che i Tarocchi possono aiutare le persone a capire dove si trovano nella loro vita, quali dinamiche sfuggono alla propria comprensione e quali ruoli interpretano, rispetto anche agli altri «attori» della loro esistenza. Figli che fanno da genitori ai propri genitori, mariti che fanno da figli alle ex mogli e da “mariti” alle figlie, donne che hanno tre relazioni allo stesso tempo e neppure un amore, che interpretano anche il ruolo del proprio compagno, che hanno paura di guardare avanti perché vedono troppo lontano, in un mondo di ciclopi e di miopi. Tornerò a farli perché non ci sarà di mezzo alcun potere che non sia quello che ciascuno ha di lavorare su di sé e di migliorarsi. E perché solo rivedendoci in molti specchi, avremo chiaro una volta per tutte chi siamo davvero.

13.05.13 Copyright Gabriele Policardo


giovedì 9 maggio 2013

6. Il grande Gatsbry



Ieri sera mi sono imbucato a un evento mondano. C’era tutta la Roma del cinema e io — da attento osservatore — ho immortalato con gli occhi di un documentarista di Super Quark la strana vita dei ricchi. Arrivano a gruppetti, per lo più in coppie. E pur nella sera romana, alla tenue luce dei lampioni e tra le ombre degli alberi, si scannerizzano tra di loro a chilometri come fanno i gatti quando altri gatti invadono il loro isolato. E come i gatti si annusano, si strusciano o s’ignorano. Si entrava in questo grande locale da uno spiazzo, dopo aver fatto la tessera — 7 euri. Si tagliava un muro di persone chiacchieranti del nulla e fumanti, per infilarsi in muro più denso di corpi, alla Indiana Jones, e guadagnare l’entrata del locale. Dentro si starà più comodi, pensa un artista squattrinato, un uomo del popolo, che paga la libertà della propria parola con la non-appartenenza a questo gattile. No, peggio. Una massa informe di esseri umani, che sguazzano nelle onde di una musica terribile, speronando i tavoli tutti rigorosamente vuoti ma occupati da borse e maglioni. A un altro livello, sembrava la festa di compleanno di una borsa.
Subito m’irrigidisco. La mia amica, una PR geniale che cambia a ogni passo professione, come le targhe della Aston Martin di James Bond, mi fa strada nella mischia. Si ferma il primo, un attore. “Ah, io sono nelle produzioni!” e si scambiano due parole. Altro passo. Una signora tutta imbalsamata in cerca di strategie contro le insidie dell’età. E la mia amica “ah sì, venga da noi, sono nel settore del benessere, abbiamo delle bellissime palestre!” e la signora gongola tutta, quasi a dar segni di vita. Poi trovo persino un mio amico, Phil, di professione producer, in cerca di una nuova casa. “Ottimo! Io sono nel settore immobiliare!” fa la mia amica. E il bello è che davvero fa tutte queste cose contemporaneamente. Proprio come Goldfinger. 
Intanto io li osservo, questi ricchi. Si accalcano a un bancone così preso d’assalto, che non sono riuscito a capire chi è che serviva. Se esseri umani, o il polpo gigante del locale di Roger Rabbit. Si spremono, come formiche firmate, gli uni sugli altri, uomini, donne, vecchi e bambini. Non vale la regola dell’abbandonate la nave. Prima vengono tutti.
Poi li vedi uscire da questa calca con due piattini di plastica che contengono l’ambito premio, il cibo praticamente unico che si serve in queste occasioni. Couscous e mezzi toast con pomodori sopra. Roba che farebbe svenire il mio medico ayurvedico. E un bicchiere di vino con cui giocano a fare gli egizi, camminando come equilibristi tra quelli che devono ancora magna’ (e sono agguerritissimi) e quelli che escono dalla fila con il piattello servito. Non siedono ai tavoli, perché le borse li guardano male. Allora stanno in piedi, tutti in punizione, bombardati dalla musica micidiale, a passarsi il bicchiere nella mano con cui non mangiano e poi nell’altra quando devono bere. Se gli offri di stringerti la mano sono fottuti. E ti guardano malissimo. Peggio delle borse. Nella caciara universale, strillano per dialogare eppure sono convinto che il 70% delle cose che si dicono non le capiscono. Perciò restano tutti amici.
A un certo punto, la musica finisce. Cala il panico. Il silenzio uccide otto persone. Qualcuno fa un sospiro di sollievo. Per fortuna il baccano ricomincia dopo cinque secondi e ancora più forte, con un’onda d’urto che fa saltare i punti dalla faccia della signora di prima, e qualcuno viene colpito e ferito.
Intanto penso a che vita fanno questi ricchi. Una vita scomodissima, dove si mangia poco e male, in piedi, strillando, tra persone che ti danno botte continue — non sono rari i pezzi di pomodoro che galleggiano nei bicchieri di vino. Io, con dodici euro, al Wah Pei di Campo Ascolano magno come un re, antipasto, primo, contorno, fragole con panna e gelato, caffè e pure la grappa, servito e riverito. Che bella la povertà!
«Non sono mica questi i ricchi» mi fa, appena fuori, il mio amico Phil. E io chiedo «chi sono?». «Sono attori, attrici, gente del cinema, ma non sono loro i ricchi». Nel silenzio improvviso della città che aspetta fuori dal locale i reduci della festa, mi ricordo il Grande Gatsby. Le sue feste enormi e oscene, eppure bellissime ed elegantissime in confronto a questa Sodoma e Gomorra. Tutti ballavano allegri, la musica più bella nella storia dell’umanità, mentre l’America andava a schiantarsi contro la Grande Depressione. Erano gli anni Venti, e lui era solo un uomo innamorato che voleva riconquistare il suo amore di ragazzo. «Cameriere, mi porti altro champagne» dico io, voltandomi. Ma non c’è quell’America dietro di me. Ci sono i due che all’ingresso fanno le tessere. E ti guardano con gli occhi innocenti e inconsapevoli di chi non capisce se tu sia un premio Pulitzer, un miliardario filantropo o un ex banda della Magliana. Ecco, la musica continua, gli amici non se ne vanno. Il sogno è finito. O forse, non è nemmeno mai iniziato.

09.05.13 Copyright Gabriele Policardo

Nella foto, io e Phil all'uscita dal locale. 


mercoledì 1 maggio 2013

5. Quando ho scoperto che il cancro non esiste



La storia che sto per raccontare rappresenta nella mia vita, più o meno, quello che è per la storia dell’umanità la scoperta del fuoco o l’invenzione della macchina a vapore. Cioè una rivoluzione totale, un capovolgimento radicale.
Fondamentalmente, prima d’intraprendere il mio cammino spirituale, avevo una gran paura della morte ma soprattutto delle malattie. Cosa sono le malattie? Sono delle sfighe terribili che colpiscono a cavolo, come le frecce scagliate dagli eserciti medievali, e non si sa da dove vengano, che senso abbiano e, molte volte, come liberarsene. I medici fingono di sapere tutto ma, con tre domande, ti accorgi che non sanno niente, neppure perché si sternutisce. Hanno delle teorie, imparate e condivise come i comandamenti delle religioni, e poi un miliardo di tabelle, statistiche, numeri ecc. ecc. Ma non mi è mai accaduto che un medico mi desse una risposta del tutto sensata, univoca e universale su un qualsivoglia argomento. Nonostante ciò, spesso fanno “miracoli” e moltissimi di loro lavorano con coscienza, abnegazione e dedizione.
Io avevo una gran paura non tanto di ammalarmi io, quanto che accadesse ai miei o alle persone che amo. Una volta pensavo: bisogna mettere dei soldi da parte, perché se poi uno di noi si ammala, dobbiamo spendere un sacco di denaro in cure. Oggi penso che bisogni averne da parte perché, nel caso, spenderemmo un capitale in viaggi, ristoranti e divertimenti. Racconto il perché.
Un pomeriggio del 2005, mentre vado in palestra con la mia ragazza, una nostra amica ci racconta con preoccupazione che alla madre hanno trovato il cancro e che, se non verrà operata, le restano due o tre mesi di vita. Un classico. Insomma, la freccia che è piovuta dal cielo. Aggiunge però che è venuta a sapere di un medico che ha fatto delle scoperte rivoluzionarie, per cui non solo non si opererà, ma non si curerà neanche dal cancro. Perché il cancro, rispetto a quello che ci hanno raccontato, è tutta un’altra storia.
Io penso che ha un gran coraggio, che nel settore circolano da sempre teorie di tutti i tipi e le cure più disparate, e sperimentarlo sulla propria pelle richiede se non incoscienza, un gran bel fegato.
Ne parliamo a cena. Ed è proprio al cinese migliore del mondo, il Wah Pei di Campo Ascolano, che sento suonare le campanelle mentre la ragazza c’illustra la scoperta di questo medico tedesco, Ryke Geerd Hamer.
Le malattie non sono sfighe cosmiche che colpiscono a cavolo, né frecce di eserciti medievali. Sono al contrario fenomeni profondamente sensati e complessi, oserei dire benedetti. Ovvero programmi speciali, biologici e sensati della natura, frutto di miliardi di anni di evoluzione, di cui madre natura (una volta per tutte, benigna) ci ha dotato non per indebolirci, farci fuori e fotterci, ma per rafforzarci e preservarci. Processi sacri, infinitamente perfetti e razionali, che servono a vivere, non a morire.
Pur non avendo alcuna prova, in quel momento al tavolo, tra un involtino e un raviolo, tutte le cellule del mio corpo si misero gli occhiali e fecero segno di sì. Finalmente una risposta scientifica, universale e sensata. Verificabile e riproducibile. Fondata non più su numeri e tabelle, ma sugli individui. La medicina dell’Età dell’Oro. Quella che si praticherà negli ospedali e s’insegnerà all’università tra trecento anni. Non più “signora la sua tiroide è sballata perché lei appartiene a quel 18% di casi che su quel 60% di sfigati sono più sfigati della media”, bensì “signora la sua tiroide si è sballata perché lei si sente con le mani legate”.
Subito mi mossi per saperne di più. M’iscrissi a un corso introduttivo di questa Nuova Medicina. La tenne un farmacista. Ci raccontò che è stata fondata per un incredibile susseguirsi di eventi, in parte tragici, dal medico tedesco padre del ragazzo ucciso dalla fucilata del principe mancato re savoiardo all’isola di Cavallo nel 1978. Scoperta proprio a seguito di un tumore al testicolo successivo alla perdita di questo figlio. Il medico in questione ha semplicemente fatto due più due. Ha capito subito che il suo cancro del testicolo doveva essere correlato alla morte del ragazzo. E che tessuto, localizzazione e decorso della malattia dovevano avere un motivo più che razionale e soggetto a leggi biologiche ferree, che si rivelarono essere 5 e riscontrabili in tutte le malattie, dal raffreddore alla leucemia, dal cancro all’ictus, all’infarto. Intervistò così i malati della clinica oncologica che dirigeva e scoprì una cosa incredibile: tutte le malattie coincidevano al 100% con relativi choc biologici, conflittuali, acuti, vissuti in solitudine. Che chiamò Sindrome di Dirk Hamer (DHS) dal nome del figlio. Non solo. Si accorse pure che, incredibilmente, le malattie, avendo un senso, non potevano causare di per sé la morte. Ma che la quasi totalità dei morti — se si escludono pochissime patologie acute come l’infarto e il coma diabetico — è dovuta esclusivamente alle cure che vengono somministrate.
Pensò che una simile scoperta, verificata con facilità e in breve tempo da un’università, fosse l’inizio di una rivoluzione. Invece, fu per lui l’inizio dell’inferno. Imprigionato, vilipeso, oltraggiato, privato della licenza, il medico iniziò una vita da fuggiasco e da nemico pubblico. Perché la sua scoperta minacciava di togliere alla medicina la sola cosa che non le si può toccare, cioè il profitto. L’ha detto recentemente anche Gino Strada: «perché una sostituzione mitralica, compiuta nel centro di cardiochirurgia di Emergency, costa 1850 euro e in una struttura pubblica o privata viene rimborsata intorno ai 20 mila euro?».
La madre della mia amica, naturalmente, non morì dopo due mesi e il suo tumore si ridusse da solo, come uno dei tanti miracoli su cui inciampa la scienza e si avviano canonizzazioni. Quel miracolo chiamato Natura.
Da quel giorno del 2005, a seguito del quale passai una notte insonne, svegliatomi per sempre dall’incubo horror della malattia assassina, ho verificato centinaia di volte la correlazione psiche-cervello-organo, la non esistenza di miti negativi come le metastasi, i prodotti cancerogeni, e la possibilità di guarire anche dalla più tremenda malattia soltanto ritrovando la luce con la risoluzione del conflitto originario. Non mi è mai capitato in questi nove anni di trovare un solo caso che violasse le 5 leggi biologiche a fondamento di questa immane scoperta. Proprio due sere fa, mi ha scritto una ragazza che non conoscevo e che è guarita da sola dalla tiroidite di Hashimoto, una malattia che la medicina ufficiale ritiene inguaribile (cronica) e autoimmune (cioè dovuta ad auto-sfiga). Ha risolto il suo problema soltanto leggendo il libro di Hamer, analizzando il suo conflitto d’impotenza e di “sentirsi con le mani legate”, ed è guarita completamente. Mi ha scritto perché cercavamo insieme di capire come uscire dal binario dell’intolleranza alimentare al nichel. In ogni caso, un piccolo miracolo.
Ma non è per tutti, purtroppo. E per ora, bisogna parlarne a voce bassa e di nascosto. Alcuni deprecabili tentativi di discredito, come un’immemorabile puntata di “Mi manda Raitre”, si sono rivoltati contro i censori e i talebani della medicina (leggi lobby farmaceutica), creando un ancor più vasto e consapevole giro di conoscenze. Perché la paura ha ancora in mano milioni di persone e quegli individui che vogliono prendere su di sé la responsabilità della propria vita, del proprio percorso — e dunque del proprio corpo e dei propri processi biologici — sono ancora troppo pochi e, al momento, isolati.
Per fortuna, il risveglio della coscienza, la condivisione delle informazioni e l’evoluzione dell’intelligenza corrono più veloci dei tentacoli lanciati dalle buie piovre medievali.


29.04.13 Copyright Gabriele Policardo


 Siamo come i crochi che escono dalla neve...

lunedì 29 aprile 2013

4. È dura essere vegetariani quando si è cresciuti con i ricci sullo scoglio nel mar di Sicilia



Mia madre e mio padre avevano la passione della pesca subacquea. Quando erano giovani e prima che io nascessi (bei tempi), lui andava sul fondo del mare e le prendeva le stelle marine e i frutti di mare, che abbondavano, e si potevano mangiare anche crudi e appena pescati. Un regista di B-movies in vacanza là vicino li vide dalla sua B-barca e rientrato negli States girò un film intitolato “Laguna blu”.
Da piccolo, per me, il mare era un trauma domenicale. L’unico giorno in cui si potesse dormire tranquilli, perché non c’era la pena della scuola, ecco arrivare d’estate la pena del mare. Mi svegliavano alle otto. Prima ancora dei cartoni animati. E mentre papà mi trascinava in giro per casa, m’incollavo alle porte. Lo stesso che nei giorni di settimana. Poi si saliva in auto — una R4 grigio oliva, sempre rovente (ma come si faceva a vivere, una volta, senza aria condizionata?) e si andava al mare. Pensavo fosse una cosa infernale. Anni dopo ho visto il lungo serpentone che parte da via Cristoforo Colombo e finisce a casa mia al mare, le domeniche di luglio, e ho deciso che quelle domeniche siciliane erano una pacchia al confronto di quei 30 chilometri d’impiegati della spiaggia.
Noi non andavamo sulla sabbia, eravamo patiti degli scogli. Ovviamente non è che arrivavi lì sullo scoglio. Andavamo in un luogo misterioso e sconosciuto che si chiamava “L’Asparano”. E siccome dovevamo starcene tranquilli, c’era bisogno di scendere una parete rocciosa che a me terrorizzava. Ma il posto, a dirla tutta, era bellissimo. C’era anche un grosso arco roccioso che poi andò distrutto con il terremoto del 1990. Anche la natura perde le sue opere d’arte.
Papà e mamma si mettevano la muta e partivano, come il Nautilus, andando «a largo».
Io sguazzavo nelle pozzanghere, raccoglievo conchiglie e scheletri di ricci (sembrano delle piccole cupole di cattedrali) e forse mi raccontavo delle storie. Intorno non si vedeva anima viva. Solo il mare. Gli scogli. Il cielo. E il pallone rosso in mezzo all’acqua, dov’erano mamma e papà. Sembrava un film post-apocalittico di Marco Ferreri.
Poi i miei tornavano. Papà aveva preso uno o due polpi, che fatti ad insalata erano buonissimi. E con mamma aveva riempito la rete blu con una ventina di ricci. Una cosa onesta: il nostro fabbisogno di famiglia media. Non come i catanesi che venivano con le bombole e se ne andavano con duecentomila ricci, espoliando in un paio di domeniche l’intero fondale e lasciando una tonnellata di spazzatura. Ma perché i catanesi non razziavano i fondali loro, invece di venire da noi a romperci le balle quelle due domeniche? La risposta era che da noi venivano la terza e la quarta domenica, perché le prime due, in effetti, le avevano impiegate per depredare il loro litorale.
E poi facevano quella cosa orribile: pulivano i ricci lasciandone i resti sugli scogli, a seccare, che se uno ci metteva per sbaglio il piede era fottuto. Ovviamente mi capitò, e l’incubo di mia madre che mi leva le spine con l’olio e l’ago ancora mi perseguita ex-aequo con l’ottantamilionesima volta che in sogno ridò l’esame di maturità.
Mamma e papà, al contrario, si mettevano sullo scoglio, tagliavano i ricci con le forbici, mettevano le uova arancioni in un barattolo e gettavano i ricci svuotati in acqua. La marea li avrebbe distrutti in poche ore.
Un pezzo di pane fresco, con due file di uova di riccio appena pescato, mangiato lì, è uno dei ricordi più belli che ho. Bello per l’inconsapevolezza della vita violata con cui accoglievo quell’ostia fine degna del dio Nettuno.
Adesso che sono vegetariano, perché rispetto la vita in ogni sua forma e depreco per principio il cibarmi del risultato di un delitto, non vivo più questo senso di comunione «alimentare» con il mondo ma vivo tutt’altre comunioni.
Spesso mi trovo a parlare con persone che non comprendono il mio punto di vista, fondamentalmente perché non capiscono che una simile scelta non è una decisione mentale, ma il frutto di un’evoluzione al livello della coscienza. Non è che noi non mangiamo i bambini stonati, tristi o scassapalle perché è un peccato o perché lo dice il prete. Ma perché sarebbe una pratica immonda, turpe e mostruosa. E quando al livello della coscienza ci si accorge che un bambino, un agnellino e un pesce rosso sono la stessa cosa, tre creature che vivono, soffrono e amano, il campo delle scelte si restringe drammaticamente.
Non entro neanche nel merito delle perplessità che riguardano il gusto, e che muovono ancora gran parte delle critiche nelle quali m’imbatto. Perché se il gusto è un parametro da collocare più in alto della vita, allora l’uomo meriterebbe di estinguersi.
Fu del resto un romanzo a scatenare in me la breccia della consapevolezza. S’intitolava “La donna da mangiare”, di Margaret Atwood. E mentre prendevo appunti per il mio esame di letteratura anglo-canadese, aprivo per la prima volta gli occhi su quello che avevo nel piatto. Percepivo con sempre maggiore forza tutta la violenza che era contenuta in certi cibi. Che si sono eliminati quasi da soli dalla mia vita.
Rispetto il cacciatore. Che testimonia una sua pur crudele e cinica consapevolezza. Va nel bosco, si spara il suo coniglio, lo vede esanime, lo spella, lo cucina e se lo mangia. Non è meglio, né peggio della signora (se poi in pelliccia meglio ancora) che va al supermercato e prende tre petti di pollo, li porta a casa, li cucina, e il figlio crede che i polli hanno tre zampe (e in questa illusione, la sua vita ha così pochi e mediocri orizzonti, che sarà condannato a una vita di file in macchina, la domenica mattina, per andare al mare con due milioni di romani).
Per quel che riguarda me, l’aspetto del gusto, del “privarsi” dei sapori succulenti e tutto il resto si sono dissolti nella scoperta che, eliminando dieci alimenti, ne ho scoperti cento.
E che difficilmente un altro essere, dotato anche di consapevolezza maggiore alla mia, riuscirà a convincermi che mangiare un cadavere è una cosa buona o neutra e che esiste qualcosa che merita più rispetto della vita. Qualunque sia la forma in cui essa si esprime.


28.04.13 Copyright Gabriele Policardo



 Io, mamma e papà nel mare di Sicilia (1982)